domenica 19 gennaio 2014

INVESTIRE IN MAROCCO...Occorre non perdere tempo, perché ora è il momento per agire.

Il boom economico che ha caratterizzato il Marocco negli ultimi anni ha creato enormi opportunità di business, su un mercato in continua espansione, che rappresenta la “porta” dell’Africa.  
Tutti i settori, da quello industriale a quello agricolo, dal terziario alle nuove tecnologie, stanno creando opportunità soprattutto per imprenditori stranieri che dispongono di un bagaglio di competenze ed esperienze personali maturate in anni di attività. Per aprire, o meglio ancora, de-localizzare la propria attività imprenditoriale in Marocco non servono grandi capitali né tantomeno si è obbligati ad avere partner o soci marocchini.  Le riforme economiche di questi ultimi anni, volute fortemente dal governo marocchino, stanno aprendo sempre più il paese agli imprenditori stranieri, offrendo opportunità di successo, ormai molto difficili nei paesi di origine. 
Aprire in Marocco un’attività è come un viaggio nel passato, una sorta di “macchina del tempo”.  L’imprenditore che arriva oggi in Marocco trova opportunità sul mercato come in Italia negli anni ’80: chi ha vissuto in prima persona quegli anni d’oro dell’economia italiana, potrà sfruttare a proprio vantaggio tutte le esperienze e perché no gli errori commessi, per prevedere con facilità le dinamiche e l’evoluzione del mercato.  Attenzione però, in Marocco tutto è accelerato: è facilmente prevedibile che con gli attuali tassi di crescita, basteranno 2-3 anni al massimo a questo paese, per raggiungere uno sviluppo economico e sociale paragonabile all’Italia. l'attuale crisi economica mondiale sta per giunta accelerando ulteriormente questo processo, in quanto sempre più Aziende da tutto il mondo preferiscono investire i propri capitali in  Marocco, in quanto i recenti avvenimenti economici hanno dimostrato che questo paese, nonostante qualche piccolo rallentamento, continua a crescere.  Occorre quindi non perdere tempo, perché ora è il momento per agire. 
BwB Relocation è un'agenzia munita di tutte le conoscenze  tecniche, fiscali, burocratiche necessarie per accompagnare e assistere le aziende in questo processo di delocalizzazione. 

sabato 5 ottobre 2013

LAVORARE E PRODURRE ALL'ESTERO: NON UNA FUGA MA UN PERCORSO DI ARRICCHIMENTO PROFESSIONALE

 Abbiamo scelto di  riporatre l'articolo seguente, tratto da L'INDRO - "L'approfondimento quotidiano indipendente", perchè in sintonia con il nostro pensiero, in merito al valore delle esperienze lavorative all'estero, in mercati che offrono opportunità di crescita professionale e arricchimento tecnico/culturale, ma non solo, i numeri indicati fanno ben sperare per chi come noi si occupa di delocalizzazione d'impresa. La crescente disponibilità di neolaureati ad "emigrare" è un trend positivo del tutto contrario a quanto accadeva nel passato, non poi così lontano...

 Manager, studenti, neolaureati con buone prospettive di lavoro. A decidere di “emigrare” verso altri Paesi per cercare lavoro non sono gli emarginati sociali,  ma sempre più persone, di giovane età, che vogliono cogliere l'opportunità di fare un'esperienza all'estero, per arricchire il loro bagaglio culturale ed essere più competitivi sul mercato del lavoro. La “fuga dei cervelli” che per anni ha visto tanti giovani italiani costretti ad andare all'estero per trovare lavoro, oggi non sembra più essere solo una necessità imposta dalla crisi socio-economica, ma piuttosto un'opportunità che in tanti decidono di cogliere al volo per vari motivi.

Lo rivela l’ultima ricerca pubblicata dall'osservatorio di Michael Page, società specializzata nel recruitment in ambito middle e top management. Dallo studio, infatti, sono emersi alcuni dati sull’identikit del lavoratore che si sposta all’estero, quali sono le mete più ambite e quali quelle in cui viene accolto meglio, quali sono le motivazioni, gli incentivi e gli ostacoli che coinvolgono chi decide di cercare un lavoro in un altro Paese, delineando così lo scenario dell’internazionalizzazione. “L'esperienza lavorativa all'estero” commenta Katiuscia Cardinali, director di Page Executive "è innanzitutto un’esperienza di vita, che accresce il proprio bagaglio personale e culturale oltre che professionale, e quindi fonte di arricchimento in quanto tale. Sviluppa la capacità di adattamento, la flessibilità culturale e l’apertura verso la diversità, elementi che il mercato globale nel quale ci confrontiamo quotidianamente richiede con sempre maggior forza. Oggi più della metà dei candidati che entrano in contatto con Michael Page è disposta a spostarsi all’estero per un’opportunità professionale, la percentuale è anche maggiore del 50% per neolaureati e profili di fascia executive che offrono una maggiore mobilità”.

E così, il trend dei giovani disposti ad andare all'estero per lavorare è in aumento. “Rispetto agli anni passati, a partire dal 2010” spiega Cardinali “questo dato è aumentato del 30%, anche a causa delle persistenti condizioni del mercato che in molti casi hanno causato la perdita del lavoro e la difficoltà di trovarne un altro”. Ma non sono solo i giovani alla disperata ricerca di un lavoro che prendono questa decisione di vita. Dall’Osservatorio, infatti, risulta che opportunità di lavoro all’estero interessano sia giovani con buone conoscenze linguistiche alla ricerca del primo impiego, sia chi ha concluso un percorso di specializzazione o master e vuole mettere a frutto la propria formazione in un Paese straniero, ma anche manager affermati che cercano nuove opportunità di crescita professionale in un altro Paese.

Molte sono le mete ambite dalle diverse tipologie di “emigranti”, a seconda del tipo di impiego che cercano.
Oltre il 50% del campione studiato dall'Osservatorio si dirige in Asia, in particolar modo a Singapore, e in America Latina. I Paesi che offrono le maggiori opportunità sono quelli che hanno un'economia trainante e in forte ripresa. Tracciando una mappa con relative percentuali, vediamo che le aree che riscuotono maggiore successo sono i Paesi asiatici (India, Cima, Indonesia e Malesia), con il 25%; i Paesi del Sudamerica (Brasile, Cile, Colombia e Perù), con il 20%; il Sud Africa e il Medio Oriente, con il 20%, mentre il 15% sparge il proprio destino nel resto del mondo. Per l'Europa il Paese più appetibile risulta essere la Germania, Paese leader della comunità europea, che offre posti di lavoro ben remunerati e un costo della vita non troppo elevato, ma anche la Svizzera. Gli italiani che scelgono di lavorare all'estero mirano, infatti, alla Svizzera, alla Cina, all'India, al Brasile, a Singapore e agli Usa. Nella classifica dei Paesi più accoglienti, invece, si trovano la Svizzera, la Germania, Singapore per il mercato asiatico, il Cile per il Sud America e gli Usa, da sempre patria di migranti che ha accolto molti italiani fin dal secolo scorso.

Di fronte alla scelta di lasciare amici e famiglia per lavorare all'estero, però, non si può valutare solo la bellezza geografica del luogo di destinazione, ma anche e soprattutto le possibilità lavorative che offre. Secondo i dati raccolti dall'osservatorio di Michael Page, «i settori con opportunità di spostamento all’estero sono quelli legati ai servizi, all’oil&gas e alle funzioni sales. Tra i profili professionali senior, i ruoli collegati alla direzione industriale sono oggi caratterizzati da una maggiore mobilità a livello internazionale, risultato conseguente al processo di delocalizzazione degli ultimi vent’anni. In particolare, la figura dell’esperto in Lean Manufacturing è sempre più coinvolta in attività di riorganizzazione industriale nei siti esteri e richiede, quindi, una lunga permanenza fuori dall’Italia. Altra figura che tradizionalmente risiede all’estero è quella del General Manager o Branch Manager, responsabile delle operazioni commerciali o manifatturiere nel Paese straniero. Per le imprese italiane con filiali internazionali, tale figura ha un’importanza strategica per il buon esito del processo di internazionalizzazione del proprio business e spesso rappresenta la “longa manus” della proprietà nei Paesi stranieri. Nell’ambito della funzioni commerciali, la figura professionale che più spesso lavora all’estero è quella dell’Area Manager, ossia il responsabile del business in una determinata area geografica, per esempio nel Sud Est Asiatico o in America Latina, tipicamente presente nei settori fashion/retail».

Una scelta di vita, affascinante quanto difficile. Non solo per quello che si lascia, ma anche per quello che si trova e per le difficoltà che si incontrano fin da prima della partenza. “Spesso chi è interessato a valutare opportunità lavorative all’estero non sa a chi rivolgersi o come muoversi” afferma Cardinali. “Circa un terzo dei candidati che sono interessati ad opportunità professionali fuori dall'Italia non sa da che parte iniziare, a chi rivolgersi e come muoversi. Di questi oltre il 50% è rappresentato da neolaureati”. Il web fa apparire il mondo più piccolo di quanto non lo sia in realtà e con un po' di coraggio si riesce a mettere insieme il necessario per partire. Le difficoltà che si incontrano una volta arrivati sono diverse a seconda dell'area geografica, principalmente legate a differenze culturali e a stili di vita fuori dall'immaginario comune. Ci sono poi i vincoli burocratici, le condizioni climatiche e la sicurezza. Ma, si legge nel rapporto dell'osservatorio, «è molto probabile che lo spostamento favorisca una crescita professionale e salariale: normalmente, grazie ai differenti livelli di tassazione, agevolazioni e benefit nei Paesi stranieri, l’esperienza internazionale facilita un aumento sostanziale del proprio pacchetto retributivo». Un'esperienza professionale e di vita, per la quale occorre tanto coraggio e determinazione, ma che non può più essere vista come una fuga da un Paese che non va, quanto piuttosto una ricerca di maggiore professionalità per poi, chissà, un giorno tornare ed essere più competitivi su un mercato del lavoro che chiede sempre maggiori competenze ed esperienza.
























ospettive di lavoro. A decidere di “emigrare” verso altri Paesi per cercare lavoro non sono gli emarginati sociali, ma sempre più persone, di giovane età, che vogliono cogliere l'opportunità di fare un'esperienza all'estero, per arricchire il loro bagaglio culturale ed essere più competitivi sul mercato del lavoro. La “fuga dei cervelli” che per anni ha visto tanti giovani italiani costretti ad andare all'estero per trovare lavoro, oggi non sembra più essere solo una necessità imposta dalla crisi socio-economica, ma piuttosto un'opportunità che in tanti decidono di cogliere al volo per vari motivi.
Lo rivela l’ultima ricerca pubblicata dall'osservatorio di Michael Page, società specializzata nel recruitment in ambito middle e top management. Dallo studio, infatti, sono emersi alcuni dati sull’identikit del lavoratore che si sposta all’estero, quali sono le mete più ambite e quali quelle in cui viene accolto meglio, quali sono le motivazioni, gli incentivi e gli ostacoli che coinvolgono chi decide di cercare un lavoro in un altro Paese, delineando così lo scenario dell’internazionalizzazione. “L'esperienza lavorativa all'estero” commenta Katiuscia Cardinali, director di Page Executive "è innanzitutto un’esperienza di vita, che accresce il proprio bagaglio personale e culturale oltre che professionale, e quindi fonte di arricchimento in quanto tale. Sviluppa la capacità di adattamento, la flessibilità culturale e l’apertura verso la diversità, elementi che il mercato globale nel quale ci confrontiamo quotidianamente richiede con sempre maggior forza. Oggi più della metà dei candidati che entrano in contatto con Michael Page è disposta a spostarsi all’estero per un’opportunità professionale, la percentuale è anche maggiore del 50% per neolaureati e profili di fascia executive che offrono una maggiore mobilità”.
E così, il trend dei giovani disposti ad andare all'estero per lavorare è in aumento. Rispetto agli anni passati, a partire dal 2010 spiega Cardinali questo dato è aumentato del 30%, anche a causa delle persistenti condizioni del mercato che in molti casi hanno causato la perdita del lavoro e la difficoltà di trovarne un altro”. Ma non sono solo i giovani alla disperata ricerca di un lavoro che prendono questa decisione di vita. Dall’Osservatorio, infatti, risulta che opportunità di lavoro all’estero interessano sia giovani con buone conoscenze linguistiche alla ricerca del primo impiego, sia chi ha concluso un percorso di specializzazione o master e vuole mettere a frutto la propria formazione in un Paese straniero, ma anche manager affermati che cercano nuove opportunità di crescita professionale in un altro Paese.
Molte sono le mete ambite dalle diverse tipologie di “emigranti”, a seconda del tipo di impiego che cercano. Oltre il 50% del campione studiato dall'Osservatorio si dirige in Asia, in particolar modo a Singapore, e in America Latina. I Paesi che offrono le maggiori opportunità sono quelli che hanno un'economia trainante e in forte ripresa. Tracciando una mappa con relative percentuali, vediamo che le aree che riscuotono maggiore successo sono i Paesi asiatici (India, Cima, Indonesia e Malesia), con il 25%; i Paesi del Sudamerica (Brasile, Cile, Colombia e Perù), con il 20%; il Sud Africa e il Medio Oriente, con il 20%, mentre il 15% sparge il proprio destino nel resto del mondo. Per l'Europa il Paese più appetibile risulta essere la Germania, Paese leader della comunità europea, che offre posti di lavoro ben remunerati e un costo della vita non troppo elevato, ma anche la Svizzera. Gli italiani che scelgono di lavorare all'estero mirano, infatti, alla Svizzera, alla Cina, all'India, al Brasile, a Singapore e agli Usa. Nella classifica dei Paesi più accoglienti, invece, si trovano la Svizzera, la Germania, Singapore per il mercato asiatico, il Cile per il Sud America e gli Usa, da sempre patria di migranti che ha accolto molti italiani fin dal secolo scorso.
Di fronte alla scelta di lasciare amici e famiglia per lavorare all'estero, però, non si può valutare solo la bellezza geografica del luogo di destinazione, ma anche e soprattutto le possibilità lavorative che offre. Secondo i dati raccolti dall'osservatorio di Michael Page, «i settori con opportunità di spostamento all’estero sono quelli legati ai servizi, all’oil&gas e alle funzioni sales. Tra i profili professionali senior, i ruoli collegati alla direzione industriale sono oggi caratterizzati da una maggiore mobilità a livello internazionale, risultato conseguente al processo di delocalizzazione degli ultimi vent’anni. In particolare, la figura dell’esperto in Lean Manufacturing è sempre più coinvolta in attività di riorganizzazione industriale nei siti esteri e richiede, quindi, una lunga permanenza fuori dall’Italia. Altra figura che tradizionalmente risiede all’estero è quella del General Manager o Branch Manager, responsabile delle operazioni commerciali o manifatturiere nel Paese straniero. Per le imprese italiane con filiali internazionali, tale figura ha un’importanza strategica per il buon esito del processo di internazionalizzazione del proprio business e spesso rappresenta la “longa manus” della proprietà nei Paesi stranieri. Nell’ambito della funzioni commerciali, la figura professionale che più spesso lavora all’estero è quella dell’Area Manager, ossia il responsabile del business in una determinata area geografica, per esempio nel Sud Est Asiatico o in America Latina, tipicamente presente nei settori fashion/retail».
Una scelta di vita, affascinante quanto difficile. Non solo per quello che si lascia, ma anche per quello che si trova e per le difficoltà che si incontrano fin da prima della partenza. “Spesso chi è interessato a valutare opportunità lavorative all’estero non sa a chi rivolgersi o come muoversi” afferma Cardinali. Circa un terzo dei candidati che sono interessati ad opportunità professionali fuori dall'Italia non sa da che parte iniziare, a chi rivolgersi e come muoversi. Di questi oltre il 50% è rappresentato da neolaureati”. Il web fa apparire il mondo più piccolo di quanto non lo sia in realtà e con un po' di coraggio si riesce a mettere insieme il necessario per partire. Le difficoltà che si incontrano una volta arrivati sono diverse a seconda dell'area geografica, principalmente legate a differenze culturali e a stili di vita fuori dall'immaginario comune. Ci sono poi i vincoli burocratici, le condizioni climatiche e la sicurezza. Ma, si legge nel rapporto dell'osservatorio, «è molto probabile che lo spostamento favorisca una crescita professionale e salariale: normalmente, grazie ai differenti livelli di tassazione, agevolazioni e benefit nei Paesi stranieri, l’esperienza internazionale facilita un aumento sostanziale del proprio pacchetto retributivo». Un'esperienza professionale e di vita, per la quale occorre tanto coraggio e determinazione, ma che non può più essere vista come una fuga da un Paese che non va, quanto piuttosto una ricerca di maggiore professionalità per poi, chissà, un giorno tornare ed essere più competitivi su un mercato del lavoro che chiede sempre maggiori competenze ed esperienza.
- See more at: http://www.lindro.it/societa/societa-news/societa-news-italia/2013-10-02/102181-lavorare-allestero-non-una-via-di-fuga#sthash.awy8l1RE.dpuf
Manager, studenti, neolaureati con buone prospettive di lavoro. A decidere di “emigrare” verso altri Paesi per cercare lavoro non sono gli emarginati sociali, ma sempre più persone, di giovane età, che vogliono cogliere l'opportunità di fare un'esperienza all'estero, per arricchire il loro bagaglio culturale ed essere più competitivi sul mercato del lavoro. La “fuga dei cervelli” che per anni ha visto tanti giovani italiani costretti ad andare all'estero per trovare lavoro, oggi non sembra più essere solo una necessità imposta dalla crisi socio-economica, ma piuttosto un'opportunità che in tanti decidono di cogliere al volo per vari motivi.
Lo rivela l’ultima ricerca pubblicata dall'osservatorio di Michael Page, società specializzata nel recruitment in ambito middle e top management. Dallo studio, infatti, sono emersi alcuni dati sull’identikit del lavoratore che si sposta all’estero, quali sono le mete più ambite e quali quelle in cui viene accolto meglio, quali sono le motivazioni, gli incentivi e gli ostacoli che coinvolgono chi decide di cercare un lavoro in un altro Paese, delineando così lo scenario dell’internazionalizzazione. “L'esperienza lavorativa all'estero” commenta Katiuscia Cardinali, director di Page Executive "è innanzitutto un’esperienza di vita, che accresce il proprio bagaglio personale e culturale oltre che professionale, e quindi fonte di arricchimento in quanto tale. Sviluppa la capacità di adattamento, la flessibilità culturale e l’apertura verso la diversità, elementi che il mercato globale nel quale ci confrontiamo quotidianamente richiede con sempre maggior forza. Oggi più della metà dei candidati che entrano in contatto con Michael Page è disposta a spostarsi all’estero per un’opportunità professionale, la percentuale è anche maggiore del 50% per neolaureati e profili di fascia executive che offrono una maggiore mobilità”.
E così, il trend dei giovani disposti ad andare all'estero per lavorare è in aumento. Rispetto agli anni passati, a partire dal 2010 spiega Cardinali questo dato è aumentato del 30%, anche a causa delle persistenti condizioni del mercato che in molti casi hanno causato la perdita del lavoro e la difficoltà di trovarne un altro”. Ma non sono solo i giovani alla disperata ricerca di un lavoro che prendono questa decisione di vita. Dall’Osservatorio, infatti, risulta che opportunità di lavoro all’estero interessano sia giovani con buone conoscenze linguistiche alla ricerca del primo impiego, sia chi ha concluso un percorso di specializzazione o master e vuole mettere a frutto la propria formazione in un Paese straniero, ma anche manager affermati che cercano nuove opportunità di crescita professionale in un altro Paese.
Molte sono le mete ambite dalle diverse tipologie di “emigranti”, a seconda del tipo di impiego che cercano. Oltre il 50% del campione studiato dall'Osservatorio si dirige in Asia, in particolar modo a Singapore, e in America Latina. I Paesi che offrono le maggiori opportunità sono quelli che hanno un'economia trainante e in forte ripresa. Tracciando una mappa con relative percentuali, vediamo che le aree che riscuotono maggiore successo sono i Paesi asiatici (India, Cima, Indonesia e Malesia), con il 25%; i Paesi del Sudamerica (Brasile, Cile, Colombia e Perù), con il 20%; il Sud Africa e il Medio Oriente, con il 20%, mentre il 15% sparge il proprio destino nel resto del mondo. Per l'Europa il Paese più appetibile risulta essere la Germania, Paese leader della comunità europea, che offre posti di lavoro ben remunerati e un costo della vita non troppo elevato, ma anche la Svizzera. Gli italiani che scelgono di lavorare all'estero mirano, infatti, alla Svizzera, alla Cina, all'India, al Brasile, a Singapore e agli Usa. Nella classifica dei Paesi più accoglienti, invece, si trovano la Svizzera, la Germania, Singapore per il mercato asiatico, il Cile per il Sud America e gli Usa, da sempre patria di migranti che ha accolto molti italiani fin dal secolo scorso.
Di fronte alla scelta di lasciare amici e famiglia per lavorare all'estero, però, non si può valutare solo la bellezza geografica del luogo di destinazione, ma anche e soprattutto le possibilità lavorative che offre. Secondo i dati raccolti dall'osservatorio di Michael Page, «i settori con opportunità di spostamento all’estero sono quelli legati ai servizi, all’oil&gas e alle funzioni sales. Tra i profili professionali senior, i ruoli collegati alla direzione industriale sono oggi caratterizzati da una maggiore mobilità a livello internazionale, risultato conseguente al processo di delocalizzazione degli ultimi vent’anni. In particolare, la figura dell’esperto in Lean Manufacturing è sempre più coinvolta in attività di riorganizzazione industriale nei siti esteri e richiede, quindi, una lunga permanenza fuori dall’Italia. Altra figura che tradizionalmente risiede all’estero è quella del General Manager o Branch Manager, responsabile delle operazioni commerciali o manifatturiere nel Paese straniero. Per le imprese italiane con filiali internazionali, tale figura ha un’importanza strategica per il buon esito del processo di internazionalizzazione del proprio business e spesso rappresenta la “longa manus” della proprietà nei Paesi stranieri. Nell’ambito della funzioni commerciali, la figura professionale che più spesso lavora all’estero è quella dell’Area Manager, ossia il responsabile del business in una determinata area geografica, per esempio nel Sud Est Asiatico o in America Latina, tipicamente presente nei settori fashion/retail».
Una scelta di vita, affascinante quanto difficile. Non solo per quello che si lascia, ma anche per quello che si trova e per le difficoltà che si incontrano fin da prima della partenza. “Spesso chi è interessato a valutare opportunità lavorative all’estero non sa a chi rivolgersi o come muoversi” afferma Cardinali. Circa un terzo dei candidati che sono interessati ad opportunità professionali fuori dall'Italia non sa da che parte iniziare, a chi rivolgersi e come muoversi. Di questi oltre il 50% è rappresentato da neolaureati”. Il web fa apparire il mondo più piccolo di quanto non lo sia in realtà e con un po' di coraggio si riesce a mettere insieme il necessario per partire. Le difficoltà che si incontrano una volta arrivati sono diverse a seconda dell'area geografica, principalmente legate a differenze culturali e a stili di vita fuori dall'immaginario comune. Ci sono poi i vincoli burocratici, le condizioni climatiche e la sicurezza. Ma, si legge nel rapporto dell'osservatorio, «è molto probabile che lo spostamento favorisca una crescita professionale e salariale: normalmente, grazie ai differenti livelli di tassazione, agevolazioni e benefit nei Paesi stranieri, l’esperienza internazionale facilita un aumento sostanziale del proprio pacchetto retributivo». Un'esperienza professionale e di vita, per la quale occorre tanto coraggio e determinazione, ma che non può più essere vista come una fuga da un Paese che non va, quanto piuttosto una ricerca di maggiore professionalità per poi, chissà, un giorno tornare ed essere più competitivi su un mercato del lavoro che chiede sempre maggiori competenze ed esperienza.
- See more at: http://www.lindro.it/societa/societa-news/societa-news-italia/2013-10-02/102181-lavorare-allestero-non-una-via-di-fuga#sthash.awy8l1RE.dpuf
Manager, studenti, neolaureati con buone prospettive di lavoro. A decidere di “emigrare” verso altri Paesi per cercare lavoro non sono gli emarginati sociali, ma sempre più persone, di giovane età, che vogliono cogliere l'opportunità di fare un'esperienza all'estero, per arricchire il loro bagaglio culturale ed essere più competitivi sul mercato del lavoro. La “fuga dei cervelli” che per anni ha visto tanti giovani italiani costretti ad andare all'estero per trovare lavoro, oggi non sembra più essere solo una necessità imposta dalla crisi socio-economica, ma piuttosto un'opportunità che in tanti decidono di cogliere al volo per vari motivi.
Lo rivela l’ultima ricerca pubblicata dall'osservatorio di Michael Page, società specializzata nel recruitment in ambito middle e top management. Dallo studio, infatti, sono emersi alcuni dati sull’identikit del lavoratore che si sposta all’estero, quali sono le mete più ambite e quali quelle in cui viene accolto meglio, quali sono le motivazioni, gli incentivi e gli ostacoli che coinvolgono chi decide di cercare un lavoro in un altro Paese, delineando così lo scenario dell’internazionalizzazione. “L'esperienza lavorativa all'estero” commenta Katiuscia Cardinali, director di Page Executive "è innanzitutto un’esperienza di vita, che accresce il proprio bagaglio personale e culturale oltre che professionale, e quindi fonte di arricchimento in quanto tale. Sviluppa la capacità di adattamento, la flessibilità culturale e l’apertura verso la diversità, elementi che il mercato globale nel quale ci confrontiamo quotidianamente richiede con sempre maggior forza. Oggi più della metà dei candidati che entrano in contatto con Michael Page è disposta a spostarsi all’estero per un’opportunità professionale, la percentuale è anche maggiore del 50% per neolaureati e profili di fascia executive che offrono una maggiore mobilità”.
E così, il trend dei giovani disposti ad andare all'estero per lavorare è in aumento. Rispetto agli anni passati, a partire dal 2010 spiega Cardinali questo dato è aumentato del 30%, anche a causa delle persistenti condizioni del mercato che in molti casi hanno causato la perdita del lavoro e la difficoltà di trovarne un altro”. Ma non sono solo i giovani alla disperata ricerca di un lavoro che prendono questa decisione di vita. Dall’Osservatorio, infatti, risulta che opportunità di lavoro all’estero interessano sia giovani con buone conoscenze linguistiche alla ricerca del primo impiego, sia chi ha concluso un percorso di specializzazione o master e vuole mettere a frutto la propria formazione in un Paese straniero, ma anche manager affermati che cercano nuove opportunità di crescita professionale in un altro Paese.
Molte sono le mete ambite dalle diverse tipologie di “emigranti”, a seconda del tipo di impiego che cercano. Oltre il 50% del campione studiato dall'Osservatorio si dirige in Asia, in particolar modo a Singapore, e in America Latina. I Paesi che offrono le maggiori opportunità sono quelli che hanno un'economia trainante e in forte ripresa. Tracciando una mappa con relative percentuali, vediamo che le aree che riscuotono maggiore successo sono i Paesi asiatici (India, Cima, Indonesia e Malesia), con il 25%; i Paesi del Sudamerica (Brasile, Cile, Colombia e Perù), con il 20%; il Sud Africa e il Medio Oriente, con il 20%, mentre il 15% sparge il proprio destino nel resto del mondo. Per l'Europa il Paese più appetibile risulta essere la Germania, Paese leader della comunità europea, che offre posti di lavoro ben remunerati e un costo della vita non troppo elevato, ma anche la Svizzera. Gli italiani che scelgono di lavorare all'estero mirano, infatti, alla Svizzera, alla Cina, all'India, al Brasile, a Singapore e agli Usa. Nella classifica dei Paesi più accoglienti, invece, si trovano la Svizzera, la Germania, Singapore per il mercato asiatico, il Cile per il Sud America e gli Usa, da sempre patria di migranti che ha accolto molti italiani fin dal secolo scorso.
Di fronte alla scelta di lasciare amici e famiglia per lavorare all'estero, però, non si può valutare solo la bellezza geografica del luogo di destinazione, ma anche e soprattutto le possibilità lavorative che offre. Secondo i dati raccolti dall'osservatorio di Michael Page, «i settori con opportunità di spostamento all’estero sono quelli legati ai servizi, all’oil&gas e alle funzioni sales. Tra i profili professionali senior, i ruoli collegati alla direzione industriale sono oggi caratterizzati da una maggiore mobilità a livello internazionale, risultato conseguente al processo di delocalizzazione degli ultimi vent’anni. In particolare, la figura dell’esperto in Lean Manufacturing è sempre più coinvolta in attività di riorganizzazione industriale nei siti esteri e richiede, quindi, una lunga permanenza fuori dall’Italia. Altra figura che tradizionalmente risiede all’estero è quella del General Manager o Branch Manager, responsabile delle operazioni commerciali o manifatturiere nel Paese straniero. Per le imprese italiane con filiali internazionali, tale figura ha un’importanza strategica per il buon esito del processo di internazionalizzazione del proprio business e spesso rappresenta la “longa manus” della proprietà nei Paesi stranieri. Nell’ambito della funzioni commerciali, la figura professionale che più spesso lavora all’estero è quella dell’Area Manager, ossia il responsabile del business in una determinata area geografica, per esempio nel Sud Est Asiatico o in America Latina, tipicamente presente nei settori fashion/retail».
Una scelta di vita, affascinante quanto difficile. Non solo per quello che si lascia, ma anche per quello che si trova e per le difficoltà che si incontrano fin da prima della partenza. “Spesso chi è interessato a valutare opportunità lavorative all’estero non sa a chi rivolgersi o come muoversi” afferma Cardinali. Circa un terzo dei candidati che sono interessati ad opportunità professionali fuori dall'Italia non sa da che parte iniziare, a chi rivolgersi e come muoversi. Di questi oltre il 50% è rappresentato da neolaureati”. Il web fa apparire il mondo più piccolo di quanto non lo sia in realtà e con un po' di coraggio si riesce a mettere insieme il necessario per partire. Le difficoltà che si incontrano una volta arrivati sono diverse a seconda dell'area geografica, principalmente legate a differenze culturali e a stili di vita fuori dall'immaginario comune. Ci sono poi i vincoli burocratici, le condizioni climatiche e la sicurezza. Ma, si legge nel rapporto dell'osservatorio, «è molto probabile che lo spostamento favorisca una crescita professionale e salariale: normalmente, grazie ai differenti livelli di tassazione, agevolazioni e benefit nei Paesi stranieri, l’esperienza internazionale facilita un aumento sostanziale del proprio pacchetto retributivo». Un'esperienza professionale e di vita, per la quale occorre tanto coraggio e determinazione, ma che non può più essere vista come una fuga da un Paese che non va, quanto piuttosto una ricerca di maggiore professionalità per poi, chissà, un giorno tornare ed essere più competitivi su un mercato del lavoro che chiede sempre maggiori competenze ed esperienza.
- See more at: http://www.lindro.it/societa/societa-news/societa-news-italia/2013-10-02/102181-lavorare-allestero-non-una-via-di-fuga#sthash.awy8l1RE.dpuf

giovedì 19 settembre 2013

Delocalizzare? News sempre piu' positive dal mercato Svizzero - Crescita economica rivista al rialzo

 
Secondo la SECO quest'anno il Pil svizzero progredirà dell'1,8%
La Segreteria di Stato dell'economia (SECO) rivede le previsioni di crescita economica per la Svizzera. Per quest'anno pronostica un incremento dell'1,8% del prodotto interno lordo (Pil), contro l'1,4% stimato tre mesi fa, e del 2,3% per il 2014, contro il 2,1% stimato in precedenza, ha comunicato oggi in una nota.
Il ritocco al rialzo per l'anno corrente è dovuto alla buona tenuta dell'economia interna. Per l'anno venturo viste le schiarite sul fronte della congiuntura internazionale e nell'eurozona gli esperti della Confederazione si attendono maggiori stimoli anche dall'export.
Grazie a una congiuntura in fase di consolidamento, l’anno prossimo anche la disoccupazione dovrebbe segnare un’inversione di tendenza e cominciare a diminuire, prosegue la nota.
Le spese per il consumo privato costituiscono da diversi trimestri un pilastro congiunturale molto solido. Gli investimenti nell’edilizia forniscono pure un quadro positivo, anche se la tendenza al rialzo è stata frenata negli scorsi trimestri da problemi di capacità produttive e da fattori climatici, osserva la SECO.

"Notizie che fanno ben sperare e che sicuramente si aggiungono ai già noti vantaggi che il mercato svizzero vanta da sempre.
Delocalizzare in Svizzera è una soluzione concreta per molte aziende europee ed in particolare del Nord Italia. L'insediamento in Svizzera ed in particolare in Canton Ticino è una prospettiva che negli ultimi anni va facendosi sempre piu' concreta e reale. La Delocalizzazione d'impresa oggi è finalizzata all'insediamneto produttivo e alla creazione di nuovi posti lavoro proprio dove il mercato è piu' flessibile  e le infrastrutture sono piu' adeguate." (nota di BwB Relocation - Business without Borders)

martedì 17 settembre 2013

Imprese in coda per fuggire dall'Italia ...News da Il Giornale.it



La Svizzera invita le società italiane a trasferirsi a Chiasso, poi è costretta a "chiudere" le frontiere: troppe richieste
 C'è un intero Paese in fuga. Se ne vanno tutti. Se ne sono sempre andati i cervelli in cerca di vera meritocrazia, se ne sono sempre andati i capitali per sfuggire al fisco. 
Ma adesso se ne vanno anche gli studenti per imparare di più, se ne vanno i neolaureati per trovare lavori migliori, se ne vanno le aziende intere per chiudere con il delirio della burocrazia.
Ormai ci raccontiamo questo fenomeno come un ineluttabile destino di rovina. Un dato di fatto. Catastrofismo? Qualcosa di questo c'è: siamo i primi al mondo nel buttarci giù, siamo gli unici al mondo a parlare così male di noi stessi. Ma al netto della nostra inimitabile autoflagellazione, persistono segnali molto allarmanti. La Provincia di Como racconta di un fatto eclatante, che dovrebbe indurre alle più serie riflessioni. In queste pagine si legge l'appello piuttosto imbarazzato e rammaricato del sindaco di Chiasso, Moreno Colombo: imprenditori italiani, per favore, basta. La cittadina svizzera si vede costretta a chiudere anzitempo le iscrizioni a una manifestazione nata per attirare sul proprio territorio aziende straniere. «Benvenuta impresa nella città di Chiasso», mai titolo fu più chiaro e diretto. Appuntamento al 26 settembre, inviti per notai, fiduciari, consulenti aziendali.
Con una settimana di anticipo, il sindaco deve respingere le iscrizioni. Avevano previsto un massimo di 150 adesioni, sono già 178. Praticamente tutte italiane. In larga parte dell'area di confine. «Ci contattano anche di notte - spiega sbigottito il primo cittadino - ma non siamo più in grado di sopportare questa onda d'urto. Tante sono aziende di servizi, che in caso di trasferimento troverebbero sedi adeguate in comodi uffici. Ma ci sono anche le manifatturiere: per loro, pensiamo ad accordi con altri Comuni per trovare le aree adeguate».
La Svizzera si attrezza per ospitare l'impresa italiana. Capitasse mai che anche l'Italia si attrezzasse per l'impresa italiana. Noi al massimo ci stiamo facendo comprare dalle multinazionali: è questo il nostro modo di attirare aziende straniere, svendendoci in saldo.
Tanto Chiasso per nulla? Potremmo anche ragionare così, attribuendo solo all'egoismo del padronato italiano questa frenesia centrifuga. Ma è chiaro che non possiamo sbrigarcela tanto facilmente. Ostinandoci a essere persone serie, dobbiamo tenere conto di queste spie accese. Già in aprile Confindustria Lombardia aveva lanciato il suo allarme: attenzione, abbiamo un'autentica emorragia di aziende. In un anno e mezzo duemila posti di lavoro bruciati, casualmente la stessa cifra di nuovi posti segnalati in Canton Ticino. E fosse solo la Svizzera. Se ne vanno in Austria, in Slovenia, in Germania. Se ne vanno dal Veneto, dall'Emilia, dalle Marche. Finita pure la favola della comoda delocalizzazione verso il lavoro a basso costo dei Paesi disperati. Non se ne vanno per bieco calcolo: se ne vanno per lavorare meglio.
È fuga ingrata? Certo è fuga dai cavilli, dai sospetti, dal caos normativo e dalla follia di un certo sistema politico. Scappano i furbini, inutile negarlo, ma scappano anche i migliori. In guerra di solito scappano i vigliacchi. In questa cominciano a scappare gli eroi.
Fonte Giornale.it

Delocalizzazione - Perchè in Svizzera?


Le  aziende che avviano processi di insediamento in Svizzera non si spostano per il costo del lavoro più basso ma per tutto ciò che riguarda infrastrutturazione, accesso al credito, legalità, burocrazia. 
Si tratta di aziende con alto valore aggiunto che  si affidano alla delocalizzazione  come processo virtuoso di riposizionamento.
Quali i  motivi per cui  la scelta ricade sulla Svizzera?
Vantaggi fiscali e finanziari
basse aliquote
esenzione dalle imposte da 5 a 10 anni a seconda dei posti di lavoro creati
redditi da partecipazione esentasse
contributi per R&D
accesso facile ai finanziamenti
Benefici offerti dal sistema Paese
stabilità politica
sana economia
burocrazia snella
tempi rapidi di insediamento
regole chiare e certezza del diritto
protezione completa della proprietà intellettuale
eccellenti infrastrutture logistiche
multiculturalismo e multilinguismo
Ottima condizione del mercato del lavoro
flessibilità e alta produttività
pace sindacale
diritto del lavoro liberale
disoccupazione contenuta, indice di occupazione elevato
Ambiente economico leader nel mondo
ubicazione neutrale
piazza finanziaria leader mondiale
Entrano nell’elenco anche la bellezza del territorio, la qualità della vita, la collocazione in un fuso centrale rispetto alle principali borse mondiali.